Debitucci nel mondo

L’Europa a trazione tedesca ha eretto il debito pubblico a nuovo moloch infliggendosi un rientro forzato, che per l’Italia terrà conto delle attenuanti ma promette comunque anni di rigore, stimabili – a condizioni immutate – in manovre da 40-50 miliardi di euro all’anno. Sempre che non cambi ancora una volta il mood: fino a ieri infatti il nemico non era il debito, ma il deficit.
22 AGO 20
Immagine di Debitucci nel mondo
L’Europa a trazione tedesca ha eretto il debito pubblico a nuovo moloch infliggendosi un rientro forzato, che per l’Italia terrà conto delle attenuanti ma promette comunque anni di rigore, stimabili – a condizioni immutate – in manovre da 40-50 miliardi di euro all’anno. Sempre che non cambi ancora una volta il mood: fino a ieri infatti il nemico non era il debito, ma il deficit. Ora che la cancelliera Angela Merkel ha decretato il cambio di rotta, a tutto beneficio del Bund e della opportunità per Berlino di finanziare il proprio indebitamento a costo zero, è bene chiedersi chi e che cosa legittimi questa scelta.

Nessuno vuole negare che l’Italia, con un debito del 120 per cento del pil, soffra le conseguenze di una spesa pubblica troppo a lungo utilizzata in maniera smodata e che non sia necessario – per il bene dell’economia, non per ragioni moralistiche – di ridurre il livello della spesa pubblica nel paese. Ma siamo certi che società moderne e complesse debbano porsi in maniera quasi ossessiva l’ideale di ridurre il debito al 60 per cento del pil? Quella “soglia magica” adottata a Maastricht nel 1992 fu elaborata a fine anni Ottanta, con il mondo ancora diviso in due, e zero globalizzazione. Da allora del debito non si è seriamente curato nessuno, neppure la Germania che nel 1990 era al 41 per cento del pil e oggi è al doppio (senza i conti occulti dell’assistenza e dei land). La Francia è passata dal 35 all’85 per cento; mentre la Spagna era scesa nel 2008 al 39: il che non le ha impedito di diventare un paese a rischio e soprattutto di sbagliare clamorosamente modello economico. Fuori da eurolandia la Gran Bretagna è salita dal 32 all’85 per cento, e gli Stati Uniti dal 60 al 100 per cento dell’anno appena concluso. Il caso più noto è quello del Giappone: in vent’anni il suo debito è passato dal 68 al 230 per cento. In proporzione l’Italia ha fatto meno peggio di tutti (Spagna esclusa): vent’anni fa era al 97 per cento.

Eppure i T-bond americani sono un bene rifugio come i Bund tedeschi e i Gilt di Sua Maestà. Mentre il rendimento dei decennali giapponesi è all’uno per cento. C’è una logica in tutto ciò? Certo che c’è: Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone, per esempio, sono accomunati dal fatto di avere Banche centrali prestatrici di ultima istanza e quindi garanti delle rispettive monete. E, magari, il debito pubblico non è tutto. La crisi del 2008 nacque dalla bolla dei debiti privati: è stata messa in sicurezza dall’interventismo della Fed e della Casa Bianca. Molti hanno storto il naso ma l’America si è rimessa in piedi. Anziché studiare quell’esperienza, migliorandola, l’Europa imbocca tutt’altra direzione innalzando un totem che a una virtù futuribile sacrifica benessere, lavoro e risparmi immediati. Tranne che per la Germania.